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Haute Couture Spring 2020: Parigi tra passato e futuro

Haute Couture Spring 2020: Parigi tra passato e futuro

All images here courtesy INDIGITAL.TV

Di tutta l’haute couture primavera 2020, una cosa rimarrà bene impressa nella storia. E stiamo ovviamente parlando della grande chiusura di carriera di Jean Paul Gaultier che, dopo 50 anni nel fashion system, dice addio alle passerelle. Per la sua ultima sfilata il designer non si è risparmiato. C’era da aspettarselo.

E’ stata una sfilata autoreferenziale, certo: un catalogo di abiti magnificamente realizzati, alcuni dei quali arrivano direttamente dagli archivi storici del marchio. Divertenti, esagerati, kitsch all’estremo, sono così speciali che ti dimentichi quasi che sono “vestiti”, perchè passano direttamente al territorio dell’arte.  E della storia. 

Con Jean Paul Gaultier si chiude un capitolo e sicuramente passerà del tempo prima che il fashion system sia graziato con la comparsa di un’altra mente geniale come la sua. Può sembrare una chiusura nostalgica, ma non lo è. Anzi, Gaultier ci invita a salutarlo con un sorriso. La moda è cambiamento, la moda è divertimento, la moda è soprattutto abbattere le barriere: guardiamo oltre al vetro e proviamo a immaginare l’inimmaginabile – è così che si crea qualcosa di speciale. 

All’insegna del cambiamento è anche la collezione haute couture che PierPaolo Piccioli ha disegnato per Valentino

Non più abiti fluttuanti e modelle immerse in nuvole di piume. I confini sfocati dell’immaginario da sogno di Piccioli si sono fatti realtà e hanno acquisito contorni definiti. La donna acquista anche una fisicità tutta nuova – e decisamente reale – sotto gli abiti. Si vedono le forme, si percepiscono i movimenti: serpeggia un vento decisamente provocante.

Non a caso la forma dominante degli abiti della collezione è quella a sirena, simbolo per eccellenza della sensualità. A parte le forme morbide dei fianchi comunque, gli abiti assumono tutti una rigidità mai vista prima, che ha molto da spartire con l’architettura. Perfino le Rouches e le piume rosa dell’abito finale di Adut Akech sono rigide. 

Cambiare rotta è sempre un po’ più difficile quando si ha alle spalle una storia lunga e importante. Roseberry ha sempre sentito la responsabilità di far emergere quanto più possibile la figura di Elsa Schiaparelli in tutte le collezioni che ha realizzato per la maison. L’eredità visionaria e sopra le righe di Schiaparelli è sicuramente qualcosa con cui è difficile fare i conti. Specie quando di mezzo c’è l’haute couture. 

Il designer ha provato questa volta a muoversi in acque sconosciute e ha messo nella collezione una buona percentuale di sè stesso. Ispirazioni, miti della sua giovinezze e idee conservate, insieme ad una conoscenza perfezionata durante gli anni trascorsi da Thom Brownie, gli hanno permesso di realizzare qualcosa di assolutamente personale. 

D’altronde, Roseberry stesso è conosciuto per la sua esuberanza, che l’ha reso il candidato perfetto per assumere le redini del marchio. 

Suits perfettamente realizzate, morbide e edgy, si alternano con abiti drappeggiati. Il focus è comunque sui gioielli, che sono il dettaglio irrinunciabile che (davvero questa volta) cambia l’intero significato dell’insieme. 

A Parigi, comunque, il fulcro della haute couture è stato non tanto il cambiamento quanto l’omaggio al passato. E accanto a designers che hanno rischiato e sono salpati verso nuovi orizzonti c’è stato anche chi, come Galliano per Maison Margiela, Chanel e Dior, si sono mantenuti fedeli a se stessi. E alla propria tradizione. 

Viard ha ripercorso ancora una volta la storia di Mademoiselle Chanel e si è concentrata sui suoi anni più giovani. La collezione è un omaggio al tempo del collegio, tra calze bianche al ginocchio e mocassini lucidi neri. Se non ci ha lasciato senza fiato, la collezione ha sicuramente rassicurato le clienti abituali che, anche in un mare in tempesta, Maison Chanel è un punto di riferimento irremovibile. E dopo tutto, quando si poggia su certi pilastri indistruttibili, la possibilità si affondare è minima. 

Maria Grazia Chiuri per Dior torna alla carica con il suo impegno ultra femminista e riempie la passerella di abiti drappeggiati e preziosissimi completi laminati. La collezione sembra ripercorrere secoli di storia trascorsi in cui le donne hanno avuto un ruolo fondamentale nella società. Soprattutto quando si parla di arte, che è stata questa volta più presente che mai dato la collaborazione con l’artista americana Judy Chicago.

Con questa storia di potere alle spalle, le donne non possono che andare verso un luminoso futuro di conquiste. Grazie anche a chi ha messo nella causa tutta la sua arte.

Anche Givenchy ci regala una collezione che è frutto di ricerca e studio storico, con al centro la figura di Hubert de Givenchy, gli anni ’50 e ’60 del secolo scorso, l’eleganza senza tempo di abiti fatti con passione  e – soprattutto – consapevolezza. Il tutto sullo sfondo di un giardino all’inglese, dove i fiori dominano la scena. La bellezza di certe creazioni è senz’altro senza tempo, ma è alla fragilità che Waight Keller dedica le sue creazioni. 

Come per questi abiti, alle cose più preziose va lasciato spazio e tempo. 

Giambattista Valli si è ispira alla natura, ma nel suo giardino c’è la luce e la forza di fiori cresciuti all’aria del mediterraneo. Appena fuori la preziosa Roma, dove il designer ha disegnato la collezione. Lo show si è tenuto in un museo e, eccezionalmente, è stato aperto a chiunque fosse interessato a prendervi parte. 

In scena non c’è il passato, ma il futuro. Ognuno è libero di prenderne un pezzo. 

Così la collezione assume un’energia vitale che è difficile spiegare e che si può assaporare solamente, guardando gli abiti proposti. Sono sculture di inspiegabile fattura, che, tuttavia, non chiedono di essere compresi. 

words by Giulia Greco

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