Now Reading
In conversazione con Julien De Casabianca

In conversazione con Julien De Casabianca

Si descrive “patologicamente felice”, anche se la felicità non è l’unica emozione che la sua street art è in grado di trasmettere. L’avida ricerca della bellezza è ciò che alimenta l’arte di Julien De Casabianca. Attraverso le sue installazioni, la bellezza illumina anche i luoghi ritenuti più oscuri e poveri. Grazie alla sua gioiosa giustapposizione di elementi, i dipinti abitualmente esposti nei musei più famosi del mondo respirano un’aria del tutto nuova sui palazzi, i cui segni del tempo ci ricordano che niente rimane com’è, e che anche l’arte può cambiare e raccontare questa transizione. Nei suoi lavori, i dipinti non sono l’unico soggetto. Le persone che passeggiano, giocano, corrono per strada sono diventati un simbolo della sua arte, dimostrandoci che c’è della bellezza anche nei gesti più piccoli e più semplici della vita di tutti i giorni.  

Quand’è che tutto è iniziato? Hai sempre sognato di diventare un artista e un regista?

Assolutamente no. All’inizio volevo fare il calciatore, ero nella squadra junior del Paris Saint Germain, ma ho fallito miseramente. Sono diventato artista quando un gruppo di artisti ha aperto davanti alla mia casa, in un palazzo occupato. Quando l’ho visitato, ho capito che vivevano nel modo giusto. Non volevo essere il quinto Beatle, così ho cambiato vita. Avevo intenzione di passare dieci anni a cercare di diventare un artista.

La strada è il tuo laboratorio. È determinata da un costante cambiamento, quindi si presenta uno spazio davvero interessante in cui piazzare un dipinto. A cosa ti ispiri nei tuoi progetti?

Come hai detto tu, la strada è in costante cambiamento. La mia ispirazione nasce dalla connesione tra la visione del mondo che ho in mente e la sua forma attuale. Inoltre sono patologicamente felice, il che mi aiuta a vedere la bellezza ovunque.

Hai descritto il tuo progetto Outings come un “gesto artistico sovrapposto”. Infatti, un’opera d’arte ne contiene un’altra, che a sua volta ne contiene un’altra, quasi come se fosse una mise en abyme del processo artistico. Puoi parlarci un po’ del progetto dietro questa creazione?

Outings consiste nel prendere dipinti famosi dai musei (sempre situati in zone piuttosto benestanti), e poi incollarli sui muri delle zone più povere. È un’opera temporale: l’immagine fissa applicata sui graffiti temporanei che trovi per le strade. Per trovare i muri adatti, ho esplorato le possibili tele attraverso l’obiettivo fotografico. 

La giustapposizione del dipinto moderno su un palazzo contemporaneo provoca un contrasto visivo che genera emozioni forti e contrastanti. Cosa ti ispira nella creazione di queste opere?

Ero al Louvre e mi sono imbattuto in questa giovane donna, Mademoiselle Rivière di Ingres, imprigionata all’interno di quello che sembrava un castello, dentro la cornice. Ho avuto l’improvviso desiderio di liberarla, un po’ da principe azzurro. Volevo mostrarle il mondo contemporaneo, e così l’ho incollata in dimensioni reali al muro di un edificio.

Hai impiegato tre anni a realizzare il film Passing By, e hai viaggiato per 44 città e 22 paesi. Sei riuscito a catturare la semplicità del quotidiano, i suoi colori, i rumori, le persone. Come ti è venuta quest’idea? Dev’essere stata un’esperienza toccante, catturare quegli istanti di vita.

Sono sempre stato affascinato da quei legami taciti che sbocciano nell’esistenza tra estranei in uno spazio pubblico. Quando qualcuno corre in metropolitana, o c’è una folla che va di fretta la sera, gli altri vedono persone stressate, io vedo persone impazienti di tornare a casa dai loro cari. Passing By parla della poesia del vivere insieme. Ho girato ovunque in Europa, Roma, Milano e Napoli, per catturare questi istanti.

Durante la pandemia le strade si sono svuotate, specialmente con la quarantena, e tutto quello che c’è fuori poteva sembrare spaventoso, poco sicuro. Come se, psicologicamente, il mondo che c’è fuori e le strade che lo dominano fossero il nemico. L’emergenza sanitaria ha avuto un impatto anche sul tuo lavoro? La pandemia ha cambiato il tuo modo di concepire la street art?

In realtà, il vuoto causato dalla pandemia è stata l’opportunità di realizzare una serie incentrata sul sesso. C’è davvero tanto materiale a riguardo nei dipinti classici, ma la street art è sempre stata un po’ esitante sull’argomento. Anche io ero così, ma alla fine ho colto l’opportunità al volo.

In questi ultimi giorni a Roma la polizia ha scoperto l’identità di GECO, uno degli artisti di strada più ricercati in Europa che scriveva sui muri di Roma il suo pseudonimo. La notizia ha infiammato i suoi ammiratori, che hanno inviato una serie di email alla sindaca di Roma Virginia Raggi lamentandosi della sua incompetenza e decantando il potere dell’arte. Hai qualche opinione in merito?

Gli artisti esistono per andare oltre i limiti. Se non lo fanno loro, chi? GECO fa dei graffiti sui muri, che sono una forma di architettura e anche l’architettura è un’arte. GECO realizza dei graffiti sull’arredo urbano, comunque dei pezzi di design e il design è un’arte. Anche GECO fa arte. Chi può decidere quale di queste proposte artistiche sono migliori di altre, quali possono restare esposte e quali no?

Hai qualche progetto in cantiere di cui ci vuoi parlare?

Voglio realizzare più installazioni in America, Australia, Giappone e Italia e al momento sto realizzando il mio nuovo film animato con dei pupazzi in stop motion. Sarò anche in Italia, a Rovigo, al Wallabe Street Art Festival che si terrà a Giugno.

Hai qualche consiglio per chi vuole intraprendere questo percorso artistico?

Fare, fare, fare e non fermarsi mai. Come si dice, la pratica rende perfetti.

In copertina: Julien De Casabianca – Calvi, Corsica

 

"more than a fashion magazine"

 

 

LATEST S.R.L.S. | P.IVA - CF 15126391000 | REA Roma RM-1569553

Raimondo Scintu 78 street, 00173 Rome, Italy | +39 351 8463006

 

Scroll To Top