Now Reading
“Tra soggetto e autore: il linguaggio di Nikki Gal”

“Tra soggetto e autore: il linguaggio di Nikki Gal”

C’è un cambiamento nel modo in cui le immagini vengono create — e soprattutto in chi le controlla.

Nikki Gal si muove esattamente in questo spazio, non solo come modella ma come creatrice di un linguaggio visivo personale. In questo editoriale, realizzato interamente in autoscatto, abita contemporaneamente il ruolo di soggetto e di autrice, annullando la distanza tra chi guarda e chi costruisce l’immagine.

Le sue radici, in una piccola città del New England, e il legame con la natura entrano nel suo lavoro in modo sottile ma costante, dando forma a un’estetica che si muove tra memoria, equilibrio e intenzione.

In questa intervista, Nikki Gal racconta il suo percorso, il rapporto con l’immagine e cosa significa, oggi, riappropriarsi del proprio sguardo.

trench coat Prada

Nel tuo lavoro non sei solo una modella: costruisci immagini, definisci lo styling e controlli l’intero processo creativo. Ti senti più davanti all’obiettivo o dietro?

Non separo le due cose. Sono estensioni della stessa voce. Stare davanti all’obiettivo è il momento in cui incarno l’idea. È qualcosa di istintivo, emotivo, quasi come entrare in una frequenza che già conosco.
Dietro la camera, invece, è dove traduco quella sensazione in qualcosa di più. Se dovessi definirlo, non mi sento più da una parte o dall’altra — mi sento più me stessa nel punto in cui le due cose si incontrano. È lì che vive il mio lavoro. Quando sono sia soggetto che creatrice, non c’è distanza tra visione ed espressione. L’immagine diventa esattamente ciò che deve essere, non solo esteticamente ma anche a livello energetico.


Hai alle spalle una carriera di 13 anni nella moda. In che modo è cambiato il tuo rapporto con l’immagine e con il tuo corpo nel tempo?

Tredici anni, sì — è passato tanto tempo. All’inizio, il mio rapporto con l’immagine era molto esterno. Era influenzato da ciò che pensavo l’industria volesse da me — come dovevo apparire, come dovevo muovermi. Quando inizi da giovane, soprattutto da adolescente, assorbi più direzioni di quante ne definisci. Con il tempo, questo è cambiato completamente.
Ora il mio rapporto con l’immagine parte dall’interno. Nasce da come mi sento, da ciò che esprimo, da quello che creo — non dal cercare di aderire alle aspettative degli altri. C’è anche un livello più profondo di rispetto. Scelgo ciò che è in linea con me e lascio andare ciò che non lo è. Il cambiamento più grande è questo: sono passata dal cercare di adattarmi a un’immagine al crearne una mia.


In questo editoriale hai lavorato in autoscatto, seguendo un approccio visivo che richiama un certo tipo di fotografia contemporanea. Per te è una scelta estetica, una necessità o un modo per riappropriarti dello sguardo?

Il sistema tradizionale ti dà accesso a strutture già definite: fotografi, team e un framework che in qualche modo legittima un’immagine. L’autoscatto è diventato per me un modo per continuare a creare senza dover aspettare un permesso.
Lo utilizzo anche per avere piena proprietà legale del mio lavoro fotografico e controllo totale sulla mia immagine. Inoltre, in un settore in cui l’immagine femminile è spesso costruita attraverso uno sguardo esterno, questo cambiamento è fondamentale.
Quindi sì, va oltre una scelta estetica — anche se visivamente può richiamare la fotografia contemporanea. È qualcosa di più personale. È una riappropriazione dell’autorialità.


Vieni da una piccola città del New England. Quanto quel contesto, apparentemente lontano dal sistema moda, ha influenzato il tuo immaginario?

Crescere in una piccola città del New England ha influenzato ogni aspetto di me. Sono cresciuta tra le fattorie — la mia infanzia era molto semplice. Da bambina, io e mio padre facevamo giri in macchina solo per guardare cavalli e pecore.
Per me, l’infanzia e la natura sono stati i primi punti di riferimento. È per questo che molti elementi del mio lavoro arrivano da lì: non sono decorazione estetica, sono memoria.

In questo editoriale, alcuni ricordi d’infanzia prendono forma visiva. Indosso una camicia di mia madre degli anni 2000, il mio abito del ballo di fine scuola e mi muovo nei boschi vicino a dove sono cresciuta.

C’è anche un tema di equilibrio. Venire da un luogo lento, radicato, e poi entrare in un’industria che si muove velocemente crea una tensione che diventa equilibrio. Ed è qualcosa che porto nel mio lavoro: mi sento attratta dall’unire ambienti naturali e memoria con la moda, la morbidezza con qualcosa di più strutturato.


Parli spesso del tuo legame con la natura. Questo rapporto entra nelle immagini che crei o resta qualcosa di più personale e invisibile?

Entra sicuramente nelle immagini, quasi in modo istintivo, ma senza essere forzato o troppo letterale. Per me la natura non è solo uno sfondo, è un linguaggio.
Spesso emerge in modo sottile: nel modo in cui uso la luce, nelle texture che scelgo, nelle palette di colori — toni della terra, rossi, beige.
Allo stesso tempo, una parte resta personale. La natura è anche il luogo in cui mi allontano dall’industria e dal rumore. Direi quindi che questo legame esiste in entrambi gli spazi: nel visibile e nell’invisibile.


Il tuo approccio al benessere e alla nutrizione sembra essere parte integrante della tua vita. Come eviti che diventi una narrativa superficiale, soprattutto nel mondo della moda?

Per me il benessere non è qualcosa che ho scoperto attraverso la moda — faceva già parte della mia vita molto prima. Sono cresciuta con la consapevolezza di quanto sia importante prendersi cura di sé, quindi quando ho iniziato a lavorare come modella non ho dovuto adottarlo come tendenza: era già integrato nel mio modo di vivere.
Nel 2025 ho voluto approfondire questo aspetto in modo più strutturato, diventando personal trainer certificata e coach nutrizionale.
Quello che lo rende autentico è che non è guidato dall’estetica. È legato a longevità, chiarezza e stabilità — fisica e mentale. Non lo vivo come qualcosa di performativo. Si evolve con me: alcuni giorni è movimento, altri è riposo. È questa flessibilità a mantenerlo reale. Per me il benessere è conservazione ed equilibrio, non un’identità visiva.


Costruire un’immagine da sola significa avere il controllo totale. Come si concilia questo con l’idea di equilibrio che descrivi come centrale nella tua vita?

Quando costruisci un’immagine da sola, si pensa che sia tutto controllo e direzione. E in parte lo è. Sono molto intenzionale in ciò che creo.
Il controllo protegge la mia visione, i miei confini e la mia tranquillità. Ma è l’equilibrio che mi permette di restare umana all’interno di tutto questo.


Se dovessi descrivere questo editoriale non come una serie di immagini ma come uno stato mentale, quale sarebbe?

Direi uno stato di ritorno. Non in senso nostalgico, ma qualcosa di più silenzioso e radicato — come tornare a una versione di te stessa.
Scattare questo editoriale nella mia città, nella natura che conosco da sempre, ha eliminato qualsiasi senso di superficialità.
La natura ha una dualità: è morbida, ma contiene forza. È lo spazio mentale in cui mi trovavo. Molto consapevole, molto connessa, ma anche in pace con il non dover controllare ogni risultato.
Se dovessi definirlo, direi che è uno stato di pace e ritorno.

 

"more than a fashion magazine"

 

 

LATEST S.R.L.S. | P.IVA - CF 15126391000 | REA Roma RM-1569553

Emilio Praga 35 street, 00137 Rome, Italy | +39 351 8463006

 

Scroll To Top